martedì 24 febbraio 2015

In discoteca

Non sono un asssiduo frequentatore, lo ammetto. Preferisco due chiacchiere a casa, in un pub, in un ristorante, su una panchina in centro o a passeggio per la città, ma quando mi è capitato l'occasione di andare a ballare e ne avevo voglia (rare volte) ho notato sempre i soliti eventi.

Intanto si deve partire tardi: entrare a mezzanotte in discoteca è da coglioni. Molto meglio andare verso le cinque: stanno chiudendo, ma almeno non sei un rimasto, sei entrato tardi e hai fatto CHIUSURA (non è quella del ramino, di pinnacola o di scala quaranta) che equivale a chiudere la discoteca insieme al proprietario e rafforza l'idea di aver fatto tardi.

Il tuo obbligo morale è quello di bere-bere-bere; sarà un difetto gravissimo ricordarsi il giorno seguente cosa hai fatto la sera prima.
COMA ETILICO: non lo leggi come quello che è veramente, ma come la scritta PARCO GIOCHI, ovvero si deve andare lì il prima possibile.

Questa fine è la conseguenza di quelli che "Non/un la reggono" e vengono classificati come i plebei delle discoteche, gente di basso ceto che spesso si ubriaca con drinks di infimo livello, vengono a ballare solo per farsi notare, ma che hanno poca dimestichezza con il benere.
Gli altri, i boss dell'alcool, quelli che "la RACCATTANO GROSSA" hanno un autonomia di bottiglie e bottiglie e sono raffigurati come i Patrizi del locale avendo anche il monopolio delle bevute: solitamente sono quelli che si ritraggono con il bottiglione enorme (quello che mio nonno usa quando va a prendere l'olio al frantoio) mentre nella sala accanto la propria ragazza ha un rapporto orale con il migliore amico dello SBOCCIATORE che però, quest'ultimo, furbescamente, è sobrio.

Quelli che "la reggono", chiamati anche SBOCCIATORI, RACCATTATORI PESI o BOMBER, dimostrano in discoteca di avere confidenza con l'alcool come Moana Pozzi con i membri maschili, ma spesso appena usciti o giunti a casa imbrattano o il buttafuori di turno o il gabinetto,  ancora odorante di Anitra Wc, con il loro vomito, volgarmente detto anche SGOTTO.

Il vomito se avviene inavvertitamente in discoteca non può essere relegato in un infimo bagno o all'esterno della sala fumatori e nemmeno non può essere visto da nessuno, ma spesso va enfatizzato in sala da ballo, sui divanetti, sul vestito scollato di quella a cui gli state strusciando il vostro pene sul deretano da mezz'ora, sulle scale o davanti alla consolle.
L'evento del vomito inoltre deve essere ripetuto per specificare e sottolineare che quella persona ha bevuto seriamente, altrimenti il passo da SBOCCIATORE a RIMASTO sarebbe immediato.

Prima di fare tutto questo però uno può passare anche del tempo nel locale senza bere ed è spesso il lasso di tempo più difficile da far passare.
Il frequentatore di discoteca del terzo millennio infatti è a disagio con la musica, non sa il testo, non sa muoversi, non può apparire ridicolo, non può pomiciarsi ottanta figliole di fila...

Ecco che giunge il tragitto: in voga nelle discoteche affollate e di grandi dimensioni, consiste in fare giri a vuoto della pista e dell'intero locale senza una  meta precisa. Stare fermi in un punto e non ballare è visto come un senso di impaccio e non è consentito; spostarsi anche solo per andare in bagno a fare finta di urinare è considerato legittimo a meno che non ti trovi lì già il vomito di qualche altro partecipante.

Quando un ragazzo balla è perchè ormai l'alcool si fa gioco di lui. La danza persiste per poco perchè l'impossessato si può addormentare in qualche angolo (difficilmente i divanetti, è più gettonato il gabinetto, le scale, le spalle del primo che ti capita o anche il pavimento), rigettare per via orale il mix di cibo e alcool oppure svenire.

La fama aumenta all'aumentare del rischio di vita dell'ubriaco: secondo una ricerca dell'Università Americana di Yale infatti per un ubriaco che balla si arriva a solo 50 "Mi piace" su Facebook mentre a uno svenuto si superano i 100 fino ad arrivare ad un poveraccio in fase di vomito che tocca quote (udite udite) anche di 500.

Spesso questi numeri rispecchiano anche le ciaffate che ogni genitore da al figlio quando torna a casa in quelle condizioni.

mercoledì 18 febbraio 2015

Esami...invasivi

Insomma, per noi universitari l'unico vero problema e l'unico vero scoglio da superare sono gli esami. Dico questo tralasciando le pratiche burocratiche dei tirocini, stage, tesi, piani di studio, direzione dell'ateneo ecc...

L'esame è quel giorno che segni sul calendario, quel giorno che strumentalizzi e ne parli in maniera quasi disperata con i tuoi amici che magari hanno l'idea di fissare qualcosa proprio in quel giorno o comunque nei paraggi.
Il giorno precedente sei un eremita e concentri i tuoi sforzi solo su quella materia, la assimili mentre mangi, mentre ti fai la doccia, mentre parli di tutt'altro con i tuoi e anche mentre tenti magari di baccagliare su Facebook o Whatsapp.

Scocca il giorno x, l'esame-day e la sveglia deve essere delle più mattiniere possibili: la paura che non suoni è enorme!
Nella colazione spesso il tuo stomaco fa il catenaccio e si chiude impedendo il normale afflusso di cibo: tutto ciò che farai entrare al grido di "Se non mangio, svengo!" verrà rigettato dal solito buco da dove è entrato, ma in maniera più catastrofica.
Nel tragitto che fai per andare all'università sei una donna col ciclo: non sopporti niente, non vuoi vedere nessuno, non vuoi soprattutto sentire nessuno.
Uccideresti anche l'automobilista che ti suona perchè sei in mezzo alla strada...

Arrivi finalmente al polo, sbirci il tuo nome sul foglio (oppure lo percepisci dall'appello dei professori) e non sei quasi mai fortunato: ebbene sì, sei ottantesimo.

Credi di andare via, sei sicuro che ti farà nei prossimi giorni, ma una notizia ben peggiore è per te in riserbo: il professore ne fa ottanta al giorno.
L'idea dell' "Evvai, almeno oggi me la tolgo" spesso si somma al "Me la tolgo, ma per cena".
Un po' disperato ti siedi vicino all'aula dove si svolgeranno i colloqui orali e ti inizi a guardare attorno.
Negli esami universitari c'è spesso la gente peggiore, personaggi mitologici, antenati che credevi dispersi, megere ottantenni travestite da tue compagne di corso e gufatori maligni.

Analizziamo alcuni tipi presenti in ogni facoltà a qualsiasi indirizzo, partendo sicuramente dal peggiore.

Il secchione: è un classico, onnipresente fin dalle prime ore, si narra che apra la facoltà lui venti alle cinque. Lui è la materia, il libro lo ha divorato nel periodo di studi,sa anche quante volte si è masturbato giornalmente l'autore e spesso te lo fa anche notare.
Si aggira tra gli altri impauriti, li guarda con estrema sicurezza, scuote la testa se uno azzarda uno strafalcione, puntualizza su eventi o date che un essere umano qualsiasi fa fatica già a ricordare di cosa di parli e aspetta il suo momento di gloria/esame firmando autografi.
Esce dall'aula o con un 30 e lode che amplifica, aggiungendo i vari complimenti che gli ha fatto il prof mentre lui si faceva la lingua marrone dalle leccate del fondoschiena, oppure se il voto è inferiore è torvo, scuro in viso, il professore è impazzito "Come può aver osato dare a Lui un voto così misero? Si starà sicuramente fustigando!" e soprattutto LE DOMANDE ERANO DIFFICILISSIME (per non saperle lui...).
Si lamenta dicendo che è tutta questione di fortuna, che all'appello precedente erano domande più semplici (anche se è il primo appello) e a pranzo/cena non toccherà cibo per punizione.

Lo iettatore: ancor più odiato del secchione, si apposta ai bordi dell'esame e vive lì, mangia lì e si riproduce lì.
A qualsiasi altro esaminando che gli chiede "Scusa, che domande ha fatto ?" lui strabuzza gli occhi, apre i palmi delle mani che ruota, o porta vicino alla testa, e risponde che sono state fatte domande impossibili, inconcepibili, in Aramaico!
Esistono iettatori apocalittici (quelli appena citati) che concludono la loro sceneggiata con "Se me lo avesse chiesto a me, avrei fatto scena mutaaaaaaa, non so nullaaaaaaa, oioiiiiiii" e iettatori secchionici che alla domanda dei passanti rispondono con argomenti che chiunque reputa IMPOSSIBILI,ma che, guardacaso,lui sa bene.
E' opportuno distaccarsi da questi, portare con se una grande quantità di amuleti oppure toccarsi le parti intime ogni volta che lo iettatore di turno apre bocca.

I casuali: forse i più simpatici, fino a che non sai il voto.
Giungono spesso all'esame in ritardo, tutti sudati, con mezzo libro studiato, tanta voglia di sorridere e di baccagliare e la tesi del COME VA, VA!. Riempiono con battute spesso inopportune gli ANSIOSI i quali odiani questi casuali per la loro capacità di stemperamento della tensione.
Questi casuali sono soliti riportare grandi voti che apprezzano smodatamente (si buttano in terra e esultano) o rifiutano sdegnosamente ("Mi abbassa la media..." Ma tipo studiare tutto il libro?) oppure lo prendono, ma sono tristi perchè speravano di estrarre un voto più alto dal cilindro della loro improvvisazione.

Gli ansiosi: quelli che lo vivono peggio. Defecatori folli nei wc di casa la mattina presto o in quelli dell'ateneo, sono ottimisti come gli allergici all'acqua durante il diluvio e vedono nero ovunque.
Ripassano ininterrottamente mangiandosi le unghie, le pellicine, le dita stesse, mettendosi le mani o tra i capelli oppure tra le gambe quando hanno i brividi.
Sanno che il prof chiederà loro l'unico argomento che non hanno studiato bene e un "Tanto boccio" aleggia nella loro testa.
Solitamente però sono quelli che subiscono il minor numero di bocciature grazie alla loro dedizione e al loro studio incessante.
Escono dall'esame con il camice sporco e il bambino in braccio: sì, è stato un parto per loro.

I primi: fissano a mezzanotte in punto e alle nove di mattina hanno già fatto l'esame, spesso con grandi risultati. Vanno a riposarsi perchè la sera prima hanno fatto le ore piccole davanti allo schermo del pc per paura che la loro posizione scalasse.
Si perdono i personaggi sopracitati e fanno spesso colazione su instagram con il cornetto e il voto sul libretto.

Dopo che hai incontrato questi personaggi ormai è il tuo momento.
Il proprio turno all'esame è uno Ying e Yang tra il "Via, me lo levo!" e il "No no, aspetta aspetta!!", tra il "Ce la faccio" e lo scoppio in lacrime.

Entri e di lì in poi il tempo si ferma o va veloce; o sudi o sorridi, analizzi qualsiasi espressione del prof e gli sussurri come Harry al cappello parlante "Non mi bocciare, non mi bocciare..."
Il prof spesso tende per la promozione, per la gioia personale, per levarti di torno (ha 300 iscritti), perchè effettivamente te lo meriti, perchè gli fai pena oppure perchè hai gestito bene quella quarta di seno strizzata nella camicetta.

Gli esami non finiscono mai, ma tolto uno si esulta!.

giovedì 29 gennaio 2015

Gennaio universitario

Com'è diverso il gennaio universitario da quello scolastico!
Due anni fa rientravo a scuola dopo le sante vacanze di Natale con in testa solo l'idea dell'esame di maturità da dare e con gli ultimi 5 mesi di scuola dell'obbligo.
Era un gennaio dove ero fidanzato e dove non studiavo un cazzo per quello, dove il Milan ripartiva da Balotelli e io chiudevo il quadrimestre nel peggiore dei modi dilapidando medie da Oscar con 4 netti.

Era un gennaio dove però ero più felice rispetto agli altri sette/otto che avevo affrontato prima, questi ultimi con le scorie dei panettoni, con l'albero di Natale da disfare, con della vacanze che ora parevano lontanissime...
Sotto il profilo scolastico gennaio era una tranvata assurda, una specie di "Un mese fatto di lunedì" tanto per rendere l'idea: c'era da fare dei compiti su argomenti che ormai uno si era dimenticato e da chiudere un quadrimestre che alla fine non contava un cazzo.
Insomma, gennaio era forse il mese peggiore, insieme a novembre, perchè si sommava il freddo e tre settimane a diritto senza festa.

Con l'università tutto è cambiato, sia in bene che in male.
Gennaio è il mese dove inizia più assiduamente la sessione invernale, dove smaltisci i panettoni sui libri (sbagliatissimo!), sugli appunti, tra le biro, tra i lapis, dentro alla carta ammuffita, tra le tutone che indossi in casa (perchè per alcuni giorni sei veramente un eremita), tra i thè caldi, le foto su instagram, le parole ANSIA-SESSIONE-ESAMI-APPELLI che vomiti e ti vomitano addosso gli altri su pagine di social network, su cellulari, al telefono....
Gennaio universitario è un IO SPERIAMO CHE ME LA CAVO dove tiri fuori i deodoranti, dove le docce calde sono necessarie, dove ai genitori rispondi solamente "Ho studiato!" quando ti chiedono che hai fatto oggi, e dove il parrucchiere è l'ultima tua preoccupazione.

Può cadere la neve, può piovere, si possono allagare le strade, può cadere tre o quattro volte il governo, ma a te non interessa: ti bastano due penne, un lapis, un libro e un quaderno (possibilmente su un ripiano pari) e tanta pazienza.
Di lì in poi sarai tu contro tutti.
Marzo è visto come un miraggio, come un premio: è un caso che spunti proprio in quel mese la primavera?
Arrivare al terzo mese dell'anno senza aver dato un esame sarebbe troppo facile, equivale a giocare alla Play contro il joystick che non comanda nessuno oppure a barare nel tirare i dadi al gioco dell'Oca.

Le mani nei capelli, il sorriso spesso assente, il mal di pancia minimo il giorno dell'esame, le lacrime la notte o sul manuale, i genitori che ti incoraggiano (alla fine l'hai scelta te l'università...) e che alla fine sono contenti anche se prendi un diciotto perchè a loro basta non verderti più su quei libri, su quella scrivania, in casa, triste...
Sono più felici di te il sabato sera quando ti vedono uscire (almeno quella sera sì, dai!), svagarti, chiudere quell'astuccio, alzarti da quella sedia, levarti quella tuta o quel pigiama, sorridere anche solo per una notte.
Ed ecco perchè alla fin fine la domenica mattina cercano di non svegliarti, di lasciarti un po' stare, di farti dormire, perchè quel sonno, in fondo, te lo sei meritato.

Gennaio universitario però è anche riflessione, è il sapersi programmare le cose da fare al di fuori dello studio, è la capacità di vivere anche fuori dalla scrivania e dagli appunti, è la possibilità di iniziare l'anno con un piglio diverso e dire PROVO A CAMBIARE. Magari non ci riesci, però almeno hai tentato e non ti farai rimpianti.
Gennaio universitario è un banco di prova, è un amico che non ce la fa a dare gli esami, è un'amica che ha problemi più importanti degli esami universitari, è una famiglia che spera di mandarti anche il prossimo anno all'università, è la tua lotta contro il Pc o il cellulare perchè se ti distrai è finita, è il riuscire ad alzarsi presto anche quando non hai un treno o un pullman da prendere, ma solo un libro da aprire, è la febbre che ti assale quando meno te lo aspetti, il virus che colpisce nel momento meno opportuno o la ragazza che ti da buca per l'ennesima volta.

Perchè, sia chiaro, fa molto più male un rifiuto all'ultimo momento che un mal di pancia.

Gennaio è anche un'arma di suicidio per i depressi, per chi vede dovunque coppie al caldo che si baciano, si coccolano e si vogliono bene mentre te l'unica donna che vedi spesso o è la presentatrice del telegiornale o è l'autrice del libro che stai studiando.
La bravura di gennaio è anche il riuscire a non restare soli, a compattarsi, a formare un gruppo, a trovare qualcuno che ti scrive e che ci tiene a te, che per te è online e che per te esce il giorno e la sera con la felpa, il cappotto, la sciarpa, il cappello e i calzini di lana solo perchè sa che la compagnia è la cosa più bella del mondo.
Specialmente la tua.

martedì 27 gennaio 2015

Recensioni semiserie - La famiglia Addams

 Visto e rivisto: da quando ho sei anni e me lo sono registrato, il film del 1991 di Sonnenfeld è sempre stato per me un mondo in cui rifugiarmi grazie all'idea di una famiglia troppo macabra e troppo divertente.


La casa della famiglia Addams con la sua scala enorme, la libreria con i libri interattivi (fin troppo...) e le segrete con le quali potevi passare solo se ti attaccavi alla corda giusta, sono state e sono dei miei desideri fissi.


Sommiamo a questo i personaggi devastanti: ognuno potrebbe benissimo girare un film ponendo se stesso come protagonista. Partendo da zio Fester, un Christopher Llyod meraviglioso quasi come in "Ritorno al futuro", per andare a Gomez, che duella di spade con tutti e balla la Mamuska (la danza più bella del cinema Horror), a Mercoledì/Cristina Ricci che non sorride mai, ha in mente solo l'omicidio e tenta ogni tanto di folgorare il fratello, per finire con Mortisia che presenta a Fester gli antenati della famiglia nel cimitero davanti casa.

Mettiamoci anche Mano (tralasciamo però le battute scontate che gli fanno ogni pochino tipo QUA LA MANO, MANO! oppure CON TE CI VORREBBE LA MANO FORTE, MANO!) che si inventa fattorino quando la famiglia viene sfrattata e Cugino Hit, il personaggio più conosciuto, che appare solo in 2-3 scene e viene fuori un mondo parallelo, una mentalità così ben studiata e così felicemente lugubre che vorremmo almeno una volta nella vita provare.

Chi di voi non ha mai paragonato una bianca nel viso a Morticia, uno grassoccio e pelato allo zio Fester, uno alto e brutto a Lurch e uno con i capelli sul viso a Cugino Coso?

Gli Addams del 1991 sono tutti i giorni con noi anche se vostra madre non vi dice "Mercoledì, gioca con il cibo!", anche se non vi divertite a sbarbare i cartelli di stop agli incroci o anche se per Halloween non andate nei cimiteri a scavare nelle tombe per giocare a SVEGLIA IL MORTO.
E poi vogliamo aggiungere la colonna sonora con lo schioccare  delle dita?

Gli Addams, un'altra categoria!

mercoledì 21 gennaio 2015

Recensioni semiserie - Godzilla

Guardo solo film con i dinosauri? Non è vero, ma per ora avete ragione.

L'idea di buttarmi su un altro film mostruoso mi è giunta da mio padre che, arrivando sui titoli di coda del terzo Jurassic Park, si è lasciato scappare un "Dopo tutti questi dinosauri ti manca solo Godzilla!".
Detto fatto.

Godzilla è più paragonabile al filone catastrofico di Indipendence Day, Deep Impact oppure il più recente 2012, dove tutto il mondo (stavolta però solo New York) sta alla tv a pregare che i due o tre protagonisti salvino il culo a tutti.

Il mostro di turno è un dinosauro di sessanta metri che viene risvegliato dai test nucleari francesi effettuati nel Pacifico.
Risvegliato? Cioè lui era anni che dormiva lì sotto?
Incredibile!


Tralasciando il futile pretesto, la parte iniziale con il documentario, le navi giapponesi affondate e il vecchietto che ripete "Gogilla" nel letto d'ospedale non sono poi tanto male perchè il mostro non viene ancora fortunatamente fatto vedere, (vedi "Lo Squalo", quando il pescecane appare dopo la metà del film) e c'è un clima di cupidigia veramente coinvolgente. Peccato che da lì in poi si finisce nella classica storia americana: ecco Nick Tatopolus (Matthew Broderick che stavolta fa il boss quando ne "Il rompiscatole" con Jim Carrey patisce come un cane) che se ne intende  così tanto di nucleare e di dinosauri che studia i vermi a Chernobyl.
Mmmm mi sarei affidato a qualcun altro...

Il film però ci darà torto e questo Tatopolus le indovinerà tutte (vabbè, è il protagonista) e quando non verrà ascoltato a rimetterci sarà tutta New York.
Questo gigantesco dinosauro si spinge senza un apparente motivo a New York dove già stanno strette quelle otto milioni di persone, pensa te se gli metti anche un dinosauro fra le scatole.
Il buon Godzilla si è fatto tutti quei chilometri per covare le sue uova e deporle, casualmente, nel Madison Square Garden tanto per mettere un po' di sano patriottismo in un film. Nessuno crede nella covata delle uova del Tirannosauro come invece sostiene convinto Tatopulos.

Dopo avergli sparato contro ottocento missili e aver distrutto mezza Manhattan, finalmente l'esercito distrugge Godzilla e sembra sia finita la storia.
Il povero Nick invece aveva ragione e, ingaggiato da agenti segreti francesi (tra i quali Jean Reno che fa diventare epico tutto ciò che dice) dopo essere stato scaricato dal governo, va alla ricerca del nido del dinosauro.
Più che dinosauro potrebbe sembrare un coniglio dato il numero incredibile di uova che ha deposto.

Spesso la fortuna è l'arma fondamentale dei protagonisti degli horror (una casa in lontananza quando ti rincorre uno zombie, un po' di terraferma quando hai uno squalo al culo) ma qui diciamo che alla Dea Bendata sta sul culo il protagonista: infatti le uova si schiudono solo pochi minuti dopo che i nostri (vostri, diciamo) eroi si sono intrufolati nel nido.
Inizia quindi un quarto d'ora buono di piccoli T-Rex impazziti che viaggiano per il Madison in cerca degli uomini che puzzano di pesce, il cibo che in questo film viene passato come alimento principale dei dinosauri.


Fatto bombardare il palazzetto e usciti precisi precisi (guardate il trucco dei tre lampadari, vi prego!) si risveglia la madre (Carramba che sorpresa!) e quando vede i neonati bruciati un po' si sfava, eh...
Inizia la fase finale del film con la fuga di Reno, Tatopolus, la fia di turno (che, a parer mio, tanto fia non è) e il cameramen un po' stupido in taxi con quel bestione dietro che si conclude con l'intrappolamento del dinosauro nei tralicci del ponte di Brooklyn: l'aviazione lo bombarda e stavolta muore, STOP!

Criticato perchè riprende stili giapponesi in malo modo, è un americanata di fine millennio banale e terrorizzante allo stesso tempo.
Sai già che quel povero Cristo del dinosauro morirà, ma leggi dietro il dvd/vhs che il film dura più di 2h così pensi che qualche idea alternativa ce l'avranno.
Ecco infatti i cuccioli e l'inseguimento nel palasport che fa tornare alla mente tutti i corpo a corpo tipici di Jurassic Park.
Qui però i dinosauri sono più tecnologizzati e più stereotipati.
O forse ne abbiamo fin troppo dei film sui dinosauri?

martedì 20 gennaio 2015

Recensioni semiserie - Jurassic Park 3

Il troppo stroppia, ovvero grazie a Sam Neil.

Sì, è l'unico che rende il film guardabile. Partiamo dal fatto che è il terzo film di una saga quindi la cosa ormai puzza. Mettiamoci anche che la fantasia non è l'arma principale del regista: soliti imbecilli che rifiniscono nell'isola dei dinosauri.
Stavolta però si delira: ci sono posti nuovi, bambini dispersi, dinosauri in 3D (più finti del mio ippopotamo Pippo degli Huggies) e gli Pterodattili.

Ormai la gente se la cerca: i coglioni di turno sono un bambino e suo padre che tra tutti i posti del mondo che potevano scegliere per fare il parasailing (farsi trainare col paracadute da un motoscafo) scelgono proprio di passare vicino all'isola di Jurassic Park.
Niente, vi sta bene, ci sono migliaia di isole nel mondo e vai lì? Per me devi morire ucciso da un dinosa..ops...già fatto.

Il babbo ci riesce (fortunatamente) a farsi mangiare, ma il bimbo no.
I bambini sono furbi...
Come un mowgli dei tempi moderni Eric, il bambino, si nasconde in un camion della Ingen e si ripara dai centomila dinosauri che gli sono nelle vicinanze: come fa lo sa solamente lui e il regista.
Sta di fatto che purtroppo è vivo e deve parare il culo anche alla su mamma quando arriva sull'isola e fa un casino della madonna ("ERIIIIIICCCCC") attirandosi tutte le bestie, al fidanzato della madre, Alan Grant e altri deficienti che non vi nomino tanto muoiono presto perchè appena scendono dall'aereo si imboscano come se si fosse in pineta a Viareggio.



La mamma era sicura della permanenza in vita del figlio: GRANDISSIMA, però ora sei con lui sano e salvo, ma in un'isola di dinosauri che appena gli passi accanto ti sbranano. Vai, divertiti!

Poi vabbè, l'assistente di Grant (che studia assiduamente i dinosauri, ricordiamolo) ruba le uova di Velociraptor e si lamenta se lo rincorrono per tutto il film: che dinosauri studiavi, quelli delle sorpresine Kinder?
Le idee stavolta sono ridotte al minimo nel girare il film: nel MONDO PERDUTO anche il signor Spielberg si stava spengendo. Immaginatevi ora che può combinare questo Johnson qui nel terzo film di una saga?
Le poche scene degne di nota sono i momenti nella gabbia degli Pterodatili e la fine del film dopo i titoli di coda.

Se ne avessero fatto un quarto forse la gente avrebbe odiato anche il primo finendo con l'utilizzare la stessa frase di tutte le saghe dei film horror: "Sono tutti uguali, se ne guardi uno è come averli guardati tutti".
Di Jurassic Park si potrà dire tutto, ma questo no!

lunedì 19 gennaio 2015

Je suis moi-meme


Io non sono Charlie. Non sono Charlie perchè tutto questo non l'ho provato sulla mia pelle e non potrei dare impressioni specifiche.
Non salgo sul carro delle vittime solo per passare dalla parte dei buoni nemmeno metto bandiere e volantini perchè alcuni di quelli che lo hanno fatto sono più razzisti del Ku klux klan.
Vedo il JE SUIS CHARLIE come un "Ehi, hanno colpito anche me, guardatemi, compiangetemi, mettetemi al centro dell'attenzione, anche se fino a dieci minuti fa non sapevo chi fosse Maometto, Allah e nemmeno sapevo dell'esistenza di Charlie Hebdo".


Posso dire di essere vicino alle famiglia delle vittime, ma non alla Francia intera perchè quando ci uccisero Falcone nessuno pubblicò IO SONO GIOVANNI, nè vennero in massa a Palermo rappresentanti di altri stati, nemmeno per Borsellino, nemmeno per la strage di Bologna, nemmeno per le vittime italiane in Medio Oriente da quindici anni a questa parte.
Sono state colpite le persone, le idee, non la Francia.


Non sono Charlie ma non voglio passare dalla parte dei terroristi, degli islamici, sia chiaro.
Non capisco cosa abbiano nelle loro teste, ma quando provo a pensare come si possa estorcere un messaggio di pace di 2000 anni fa e tramutarlo in guerra e omicidi penso a quello che hanno fatto il clero, la religione cristiana e il cristianesimo tutto nel mondo, sopratutto in Italia, e quindi sto in silenzio: c'è chi ha fatto e continua a fare di peggio pur non facendosi saltare in aria.


Sono una persona razionale; vedo le conclusioni e cerco subito di trovare i rimedi.
Se cado di bicicletta non piango, ma mi medico; se esco e ho freddo non lo dico cinquanta volte a chi mi sta accanto, ma mi copro.
Come in questi esempi stupidi, anche nel caso del terrorismo ho pensato in questi giorni a come far per bloccare questi atti terroristici.


Eliminando le tesi opposte, i "Siamo tutti fratelli, perdonateli, non accadrà più" e i "A morte ogni islamico!!", ho cercato il compromesso, la classica verità che sta sempre nel mezzo.
La domanda è una sola: come fare?
E' la solita domanda che Bush si era rivolto dopo l'11 settembre, Madrid dopo la strage alla metropolitana del 2004, Londra l'anno seguente e che oggi si farà anche la Francia se vuole cambiare qualcosa.


Come li fermi questi? Come impedisci che ci facciano fuori o che ci facciano saltare insieme a loro?


Dopo aver pianto, aver fatto manifestazioni teoricamente ineccepibili, ma concretamente vuote e aver rilasciato slogan su Charlie, forse qualcuno si porrà questa domanda e, anche se la vedo dura, ci saprà dare una risposta decente e affidabile.